venerdì 10 febbraio 2012

Solo pochi mesi fa. Atene. Racconto di una settimana dentro una polveriera pronta ad esplodere

Vista adesso, a 5 mesi di distanza, potrei tranquillamente affermare che mi aspettavo una fine così. Dentro o fuori dal debito. Dentro o fuori dall'Europa. Ad un passo dal baratro e con decisioni drastiche da prendere.

Invece quando ad Agosto io ed i miei 2 amici decidemmo di visitare Atene per una intera settimana l'idea di una Grecia sull'orlo del fallimento non era ancora così reale, almeno nei nostri pensieri.

Come solito quando decido di immergermi in una città, la scelta del soggiorno è una sola: affittare un appartamento in zona centro per una intera settimana. L'esperienza, confermata anche in questo caso, ha avuto la meglio. Accogliente abitazione scelta su sito internet famoso per l'affitto di appartamenti in grandi capitali europee.
Il primo impatto con l'aeroporto è stato spiazzante. Completamente ristrutturato per le Olimpiadi, l'aeroporto di Atene è ultra moderno ma al contempo accogliente. E, indispensabile per ogni buon luogo turistico che si rispetti, ottimamente collegato con il centro città. Eppure sono 30 chilometri di distanza dalla stazione centrale, che si percorrono con un treno che mentre si avvicina al centro abitato si insinua sotto terra, diventando Metro.

Anche qui, il contrasto con un paese in pieno rischio default è sconvolgente. La metro ateniese è la più lunga d'Europa e, titolo ormai conquistato a suon di ottime recensioni, anche la più bella e pulita. Non male, per un paese che ha l'aria di essere vicino al crack economico e che non ha mai brillato, nel nostro immaginario collettivo, per abitudini di ordine pubblico.
L'unico dato negativo è la profondità nella quale si viaggia. Scavare ad Atene (un po' come Roma) vuol dire scovare ogni centimetro un'opera d'arte, e così gli ingenieri sono stati costretti ad aprire il tunnel anche oltre 150 metri dal suolo (altro record europeo).  Più che ad Atene sembra di stare a Mosca. Piastrelle bianche ad ogni fermata ed un enorme orologio che campeggia su entrambi i lati di viaggio.Efficienza greca? Mah.

L'appartamento è situato nei quartieri meno raccomandabili del centro città, tra le fermate di Metaxourghio e quella tristemente famosa di Omonìa. Il nostro civico è esattamente a metà strada tra le due piazze. D'obbligo, al primo giorno di arrivo in città, la presa di contatto con Piazza Omonia. Il contrasto tra la bellezza algida nord-europea della metropolitania e la luce della piazza che improvvisamente colpisce i nostri occhi (ed anche il caldo opprimente) ci proietta in una nuova realtà.
Omonìa è caos allo stato puro, che di notte diventa bordello sotto gli occhi di tutti. La prima impressione è quella di una Manhattan dei poveri, con luci scintillanti di hotel che si confondono con la pacchianità di una piazza esagonale ultramoderna, che nelle idee degli architetti voleva dare nuova linfa al luogo, mentre di fatto ha allontanato ancora di più gli ateniesi. Dopo il tramonto, sui bordi della fontana (kitsch anch'essa) una quantità esorbitante di spacciatori, prostitute e ladruncoli da quattro soldi. Questo lo scopriremo già la sera stessa.
Gli odori sono tipicamente orientali. La prima idea è quella di trovarsi in Turchia, ma non si deve mai nemmeno accennare al paese dalle mezza luna. L'odio tra le due nazioni è forte e palpabile.
Il nostro appartamentino, 60 metri quadrati graziosamente ristrutturato IKEA, è situato al quinto piano di un palazzo fatiscente. Faccio fatica a collegare la facciata esterna con le foto del sito dell'interno casa. Al piano terra un negozio di elettronica (solo radio sveglie e del periodo anti-diluviano) ed un mini supermercato con al bancone salumi (grassi) tipici dell'est. Nelle scale si parla per lo più bulgaro. Atene è invasa dai bulgari. Sofia è vicinissima e molti muratori e lavoratori in nero arrivano la domenica sera e ripartono il venerdì dopo pranzo. E' bassa manovalanza ed anche il bus per casa costa poco. Tantissime agenzie di lingua bulgara trovano sede a Metaxourghio, e si occupano solo dei propri connazionali.

Il padrone di casa ci accoglie con biscotti tipici greci e l'immancabile youghurt bianco. Ottimo. La mia prima chiacchierata con lui mi svela che è un ingeniere che lavora a New York. Della Grecia, in realtà, non gli interessa niente, ma la sua famiglia abita ancora ad Atene e pertanto sbarca il lunario affittando ai vacanzieri i suoi 5 (ma forse anche 6) appartamenti. Ecco un'altra realtà greca: chi lavora all'estero non reinveste in patria il capitale, semmai lo sfrutta sino all'ultimo.
A sentire lui Atene è sicurissima di giorno e molto sicura anche di notte. Da quello che avevo visto col primo impatto ad Omonìa non poteva essere così. In realtà se si rimane intorno alla città vecchia (Plaka ed Akropolis) è una città da godere. Oltre, è meglio di notte tornare a casa col taxi.
L'esperienza del mercato è di sicuro la più indicativa. Per evitare l'IVA (già a settembre era al 23%) i prezzi si contrattano sino all'ultimo momento, anche con sceneggiate napoletane (far finta di andarsene garantisce uno sconto ulteriore). Di mercatini delle pulci la città è piena. Di mercatini improvvisati per strada anche, e qualcuno che sta lasciando l'appartamento vende direttamente sul marciapiede vecchi mobili, materassi, comodini, lampade distrutte. Si contratta su tutto perchè i supermercati sono vuoti. L'evasione è a livelli allarmanti e la reazione del greco medio è stata ancora più netta: maggiore è la crisi, maggiore è l'evasione fiscale.
Fuori città, nella zona del villaggio Olimpico, trova posto un enorme centro commerciale su tre piani. I prezzi sono altissimi, ma gli affari non sembrano andare bene. Sono perlopiù turisti quelli che passeggiano sotto una refrigerante aria condizionata, ma gli acquisti latitano. L'IVA pesa come un macigno.
La vita sociale è in fermento. Tutte le sere a Piazza Syntagma, vero cuore pulsante della vita pubblica esattamente di fronte al parlamento, si ritrovano a gruppi di cinquanta persone che discutono di politica e delle soluzioni per uscire dalla crisi. Il microfono è collegato ad un piccolo amplificatore e viene passato di mano in mano. Gli animi si scaldano facilmente. I volantini sono tantissimi, tutti inneggianti alla rivolta del popolo. Il loro colore rosso richiama anche l'idea politica.

Gli scioperi nascono all'ultimo momento, e creano disagi enorme in una città grandissima e dalle arterie trafficate e confusionarie. In maniera inattesa, ci svegliamo un venerdì e troviamo le porte della Metro vicino casa sprangate con  due assi di legno. All'inizio non capiamo l'enorme confusione intorno a noi, poi una simpatica ragazza ci dice che è giorno di sciopero, indetto in fretta e furia la sera prima.
Chi ha deciso lo sciopero sa bene che chiudere la metro basta per creare un caos colossale. Le auto impazzite creano file lunghe chilometri. E' la festa dei tassisti, che si concedono il lusso di scegliere il cliente: se la destinazione è gradita si inizia una contrattazione all'ultimo sangue. Chi perde sei tu, perchè in mezzo a quella confusione salire su un autobus è impossibile e viaggiare a piedi è un rischio ad ogni metro. Saliamo su un taxi. Tassametro spento. Piede sull'acceleratore. I tassisti sono quasi tutti greci, è un lavoro che rende ancora bene. Le auto sono quasi tutte Skoda, ma c'è ancora un gusto tutto orientale per vecchie Mercedes. Niente aria condizionata, i finestrini sono perennemente aperti. Dell'Italia conoscono tutto: da Berlusconi alle maglie delle squadre di calcio. Quando il tassametro è spento lo sconto è assicurato, ma anche le possibilità di trovarsi in un incidente. La guida è spericolata. Se non altro sono uomini di mondo e sinceri, e solo dai tassisti si conosce la verità sulla città. Pertanto, con poche parole scopro che la Piazza Omonìa che vedo ogni sera dalla camera è "full of criminals", che spesso i tassisti fanno il doppio della strada per portare un cliente a destinazione, che l'IVA li sta uccidendo e che nessuno paga le tasse. E, soprattutto, che c'è almeno uno sciopero a settimana, quasi sempre il venerdì.

I luoghi chic non mancano. Un drink bevuto su un bar con vista Acropoli può costare anche 15 euro al bicchiere. Ma di gente ce n'è poca. Meglio allora la zona delle discoteche, un enorme complesso ricavato da fabbriche dismesse. Molto Berlinese nell'aspetto esteriore.

Gli impiegati pubblici sono tantissimi. I musei strabordano di personale che silente si avvicina al turista, senza proferire parola, solo controllando che le opere non vengano toccate. L'orario lavorativo è ridotto al minimo, e comunque nessuna attività ha inizio prima delle dieci. Ed i negozi sono completamente chiusi sia il sabato pomeriggio che tutta la domenica.

Nel giorno in cui salutiamo la città, il proprietario ci viene a salutare confermando alcune mie impressioni.
Atene è troppo grande ed ingombrante per il resto della Grecia. Oltre la città c'è una povertà che pressa il paese. Gli scontri sociali sono enormi. La colpa viene data principalmente alla politica, ma non si dimentica di scagliarsi contro il greco medio, che per anni ha vissuto oltre i propri limiti, acquistando a debito e non calcolando la crisi economica già atto.
Ma lui è un greco attento "Tra un mese torno a New York e stavolta porto via la famiglia. Questo è un paese finito". 

martedì 7 febbraio 2012

Rassegna sociale settimanale on line

La discussione che anima giornalmente i quotidiani sia cartacei che online riguarda in gran parte il mondo del lavoro e l'abolizione o la modifica dell'art. 18.

Reputo pertanto opportuno tralasciare le tante righe che si stanno scrivendo su questo argomento in quanto ha una dimensione per ora più politica in attesa di arrivare a delle proposte formalizzate, per focalizzare l'attenzione su altri aspetti del Servizio Sociale trattati dalle varie testate.

Sul sito de L'Unità bellissimo articolo di Edoardo Patriarca sull'abolizione dell'Agenzia del Terzo Settore attuata dal Governo attualmente in carica. Visto che tanto accento sino ad ora ho posto nel blog all'ascesa dell'impresa sociale, suona strano assistere alla chiusura di una Agenzia che dava risalto all'attività delle Cooperative Sociali, dell'associazionismo e del volontariato.
http://www.unita.it/sociale/brutto-colpo-a-terzo-settore-br-l-onta-del-ministro-fornero-1.376563

Sembra essere passata in sordina nei giornali la querelle relativa al Servizio Civile Nazionale. Considerato che il Servizio Civile rappresenta una importante possibilità di crescita personale ma anche professionale per alcuni ragazzi che intendono lavorare nel settore e pertanto spendere un anno a favore della società rendendosi anche conto del ruolo del nostro settore nell'ambito della cura verso il cittadino, le risorse dedicate ai progetti invece sono progressivamente diminuite.
Dulcis in fundo, la sospensione dell'avvio dei progetti finanziati da parte del Tribunale di Milano, accogliendo la richiesta di un cittadino immigrato che aveva sporto denuncia vista l'impossibilità per chi non è in possesso della cittadinanza italiana di presentare domanda per la selezione.
Ho trovato quindi questo articolo del Levante online che riassume in maniera esaustiva l'accaduto. Per completezza d'informazione, dal 26 Gennaio la procedura ha avuto il riavvio e progressivamente i progetti stanno partendo in tutto il territorio. Bisogna però riflettere su quanto accaduto.
http://www.levanteonline.net/index.php/primo-piano/approfondimenti/6013-servizio-civile-2012-il-caso-del-pakistano-shahzad-sayed.html

Considerato il post di ieri sull'importanza di calcolare il profitto generato dal Terzo Settore, breve ma interessante l'articolo del Corriere della Sera di Salvatore Bragantini
http://archiviostorico.corriere.it/2012/febbraio/05/non_profit_profitto_Impariamo_misurarlo_co_7_120205035.shtml

lunedì 6 febbraio 2012

Riflessioni dopo il Convegno sulla Conciliazione

Il Convegno svoltosi il 26 Gennaio scorso sulla conclusione delle attività legate al progetto "Conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro" ha fatto emergere degli importanti aspetti legati alla necessità di proseguire sul percorso intrapreso, ma anche delle riflessioni sul futuro del Servizio Sociale e su quali saranno i suoi obiettivi nel lungo termine.

Mi sembra che il modo migliore per riassumere la mattinata di lavoro sia attraverso delle domande che sono scaturite dal dibattito, e che riescono a riassumere tutte le problematiche con le quale le Pubbliche Amministrazioni stanno combattendo.

a) Il Servizio Sociale può diventare una risorsa economica?

Questo mi sembra essere l'interrogativo principale di tutti coloro che operano nel settore. Il welfare non deve porsi come obiettivo il creare ricchezza, in quanto questa funzione viene già ricoperta da tutti i servizi che attualmente sono attivi (in maniera più o meno omogenea) nei nostri territori.
Analizziamo ad esempio la presenza o meno all'interno di un Comune o di un dato territorio di un Nido d'Infanzia. La prima ricaduta diretta si ha sul personale che opera all'interno, e pertanto la creazione di occupazione per le educatrici della struttura. Se il Nido viene appaltato a privati, si avrà una struttura amministrativa per la gestione dello stesso, con conseguenti altri posti di lavoro (in questo caso impiegatizi). E poi è d'obbligo pensare ad una ditta di pulizie che giornalmente pulisce e sanifica i locali, con altre figure professionali.
Vi è poi la ricaduta "indiretta" per quanto concerne chi usufruisce del Nido. Una mamma che porta il suo bambino all'asilo ha la possibilità di cercare un posto di lavoro. Ecco che pertanto una struttura per l'infanzia permette una crescita economica diretta ed indiretta del territorio nel quale viene allocata.
E' errato pertanto sostenere che il welfare sia esclusivamente un costo, quando invece in questa crisi congiunturale è stato uno dei punti fermi per il mantenimento di una certa occupazione.

b) E' giusto pensare di introdurre in Italia modelli di welfare stranieri?

Chi legge questo blog sa che pongo straordinaria attenzione a ciò che succede all'estero, ed in particolare nel Nord Europa, principalmente perchè trovo nel modello scandinavo, allargato anche alla Danimarca, una certa perfezione nello stato sociale e nel modo in questo questo impatta positivamente sulla vita dei cittadini. Questo non vuol dire che modelli esteri possano essere copiati ed introdotti tout court nel nostro sistema. Esistono delle differenze sociali evidenti tra l'Italia e, ad esempio, la Svezia che rendono impossibile l'introduzione di servizi particolari.
Una riflessione deve essere comunque spesa su queste differenze. Nel suo intervento il Prof. Yuri Kazepov ha evidenziato dei dati importanti sulla componente demografica e sociale del nostro paese. Con grande sorpresa dei presenti si è appreso che l'Italia è il paese che meno si affida ai nonni per la cura dei bambini in tutta Europa. Ma, quelle famiglie italiane che utilizzano la risorsa nonno per l'affido dei bambini, ne richiedono un impegno medio settimanale di 36 ore. Praticamente, un lavoro a tempo pieno, differentemente dal resto dell'UE, che si attesta ad una media di 6-8 ore settimanali. Questo vuol dire che dobbiamo flessibilizzare i servizi. La vecchia idea di strutture rigide nelle quali si entra alle ore 8:00 e si chiude alle 17:00 applicando una tariffa mensile unica è obsoleta. Oggi il servizio pubblico deve comprendere le esigenze dei cittadini, rendendosi più flessibile, anche attraverso una maggiorazione delle tariffe, se queste però rendono un servizio efficace al genitore lavoratore o in cerca di occupazione.

c) E' giusto allora importare esperienze da altre Regioni?

Anche in questa caso la risposta è no. La soluzione deve essere locale, in quanto anche a distanza di pochi chilometri i servizi offerti hanno differenze importanti. La cronica mancanza in Italia di una normativa sui Servizi Essenziali (ormai non ha nemmeno più senso chiederla) ha reso ogni territorio completamente diverso da quello adiacente. Gli asili familiari attivati nella Provincia di Bolzano nascono in una situazione geografica ed economica completamente diversa da quella di altri territori. Così come è difficile replicare il modello Emiliano che si basa su ingenti risorse che è ormai impossibile sostenere.

d) Il Progetto Conciliazione attivato quale ricaduta ha avuto sul territorio?

Due anni di lavoro sono un periodo non troppo dispersivo ma comunque importante per valutarne gli effetti. Indubbiamente il grande merito del progetto è stato quello di creare occupazione e di rappresentare un sollievo per le famiglie. Le criticità invece sono state rappresentate dal settore delle aziende, che hanno avuto difficoltà ad attivare le misure relative della maternità facoltativa e del telelavoro. Su quest'ultimo aspetto è necessario accogliere questa critica, in quanto allargare in maniera incontrollata l'attivazione del telelavoro non rappresenta una risoluzione del problema conciliazione, ma può invece diventare un'altra forma di precarietà occupazione. Il telelavoro è utile se inserito in un contesto più ampio di attivazione all'interno del privato di forme di flessibilità degli orari.